Under the Milky Way: I Gorillaz in Italia

Non avevo mai visto, a un concerto, delle persone costrette a vomitare. Ho dovuto assistere a varie situazioni difficoltose in vari tipi di location e pubblico ma mai nessuno che rigettasse ciò che aveva ingurgitato ore prima in mezzo alla folla. A Lucca il 12 Luglio c’è un discreto sole che si poggia in testa a file di ragazzini con cuoio capelluto colorato, a genitori impazienti che la giornata finisca il più presto possibile, metallari sopra i 25, dark/gothic fellaz, e semplici nerd con vestiario a regola. Non mi pare un pubblico da concerto rock, di sicuro non lo stesso che nel 2013 prese posto all’Ippodromo del Galloppo per assistere al ritorno dei Blur in Italia lottando con la calura e la polvere che alzammo tutti sulle note di Popscene e Song 2. Ecco a Lucca però queste persone mi è già capitato più volte di vederle a una tappa ormai obbligatoria per ogni Nerd degno di questo nome, il Comics di Lucca, e pure lì a fastidi e difficoltà non si scherza, ma perlomeno ci si può muovere liberamente, mentre qui il conto di due ragazze estintore, ragazzi incontinenti e litri d’acqua buttata per la severità della security è piuttosto consistente e verranno fuori alcune polemiche per il poco spazio garantito da Piazza Napoleone (12.000 biglietti staccati).

Però c’è grande tranquillità, tale da poter raggiungere una bella posizione sotto palco alle sette di sera e transitare amici, famiglia, creditori, eserciti nella stessa zona; un pubblico rispettoso, ingenuo e felice. Un clima raro ai concerti di questa capienza, è sembrato aspettare una tribute band di Zelda, Final Fantasy, se non Joe Hisaishi. Invece parte M1A1, che è senza ombra di dubbio una b-sides dei Blur, e il pubblico inizia subito a fomentarsi.

Effettivamente è stato come stappare un tappo che tratteneva anni e anni di attese e trascuratezza da parte della band animata nei confronti dei suoi fans italiani, un pubblico ricettivo ed entusiasta che sapeva ogni canzone, anche quelle provenienti da The Now Now, nuovo album registrato in tour da colui che a cinquant’anni si fa adorare dalle post millennials dopo aver traviato le pre se non quelle autentiche bimbe della nuova generazione. Sembra normale che tutto questo avvenga ma in verità l’impressione è che silenziosamente il progetto Gorillaz sia ormai un’oasi di pace e di barriere implose grazie alla impersonificazione del concetto di forma sopra ogni cosa, dare così risalto a una sostanza musicale che in altre mani “umane” non raccatterebbe la metà di questi dodicimila spettatori. Per anni l’ho sempre vista come una cosa triste, senza mai contare che un progetto simile ha dato ad Albarn una libertà artistica che nei Blur limitava in qualche diavoleria sonora di 2 minuti tra una traccia e l’altra. Se agli inizi tutto era permeato da uno spirito divertito e cazzone, da cianfrusaglia sonora senza ambizioni,  arrivati al 2010 tutto ha assunto un senso di successo garantito tale da poter incidere ogni cosa, invitare chiunque nelle canzoni, e suonare qualsiasi genere. Per Plastic Beach sospettavo che la sua eccessiva autorialità rendesse il progetto fuori dai suoi standard e dalla sua natura, e invece al concerto lucchese tutti hanno amato Rhinestone Eyes, On Melancholy Hill (tripudio), Stylo e altri brani che Albarn dichiarò palesemente come destinati a uscire per altri progetti se non avesse ricucito i rapporti con il fumettista Jamie Hewlett,  colui che grazie alle doti di character design,  ha offerto all’amico musicista una nave lusso su cui traghettare la sua carriera e il suo estro più bizzoso.

E’ questi sono i Gorillaz, probabilmente l’esempio più lampante di come la musica odierna ormai sia solo un sottofondo e allo stesso tempo l’unico progetto su cui certa musica contemporanea può essere risaltata ed accettata in modo trasversale in tutti i suoi pregi e generi. L’emblema di come ormai la pop culture abbia intasato e veicolato qualsiasi rapporto con la musica, ma ne sono anche i suoi disturbatori, condannati quasi ad essere bizzarri, sperimentali, ed estrosi per mantenere il successo, un paradosso che ha isolato la band da qualsiasi moda del momento e permesso a Albarn di non vendere il culo al mercato come molti suoi colleghi di vecchia data. Di certo non potevi metterci Bon Jovi a dirigere la musica, sarebbe venuto fuori un cartoon paternalistico d’irritante irrilevanza. Forse tutto è veramente nato da Coffee and Tv, un successo clamoroso che porto’ gli alfieri del Brit-Pop ad essere ricordati nel 1999 come quelli del cartoncino di latte vivente, specie dal sottoscritto che di paranoia dei 90′ e della fine d’un secolo non ne sapeva ancora niente, nemmeno abbinare la canzone di Fifa 98 a quella band col secondo cantante occhialuto e smunto. Quindi perché fare lo snob se poi quel cartoncino t’ha portato ad ascoltare un sacco di musica?

Il concerto è d’un energia spumeggiante, contagiosa grazie alla sua varietà, ai suoi ospiti fatti di leggende rap e nuovi alfieri del genere, e a un Albarn sempre garanzia di trasporto live, di coordinazione tra i strumenti suonati, e di cifra musicale che m’ha riconfermato quanto sia letteralmente un suo devoto senza vergogna. Risalta sopratutto una resa live da tramandare ai posteri con canzoni nettamente più accattivanti e coinvolgenti rispetto al disco, specie per l’ultimi lavori e per brani come Kids With Guns, Andromeda, e insospettabilmente per una iconica Tomorrow Comes Today. I visual hanno un equilibrio tra grafiche ipnotiche per i nuovi pezzi e vecchi videoclip per i brani più datati, il pubblico apprezza senza remore quando magari tra diversi anni può non bastare più.

Alla fine spuntano fuori ragazzine idol, secchioni in camicia, e uno sparuto gruppo di fans dei Blur ormai inchinatosi a Long John Albarn e al suo dente d’oro. La sensazione, meglio la certificazione di essere in mezzo al presente e futuro di qualcosa, non del tutto della musica ma dei modi su cui ormai si è lasciata proliferare, sulle nuove dimensioni che si possono palesare nei prossimi decenni, ma pure la certezza che la musica dal vivo, se accompagnata da tutto questo bagaglio di mie retoriche raffazzonate, impartisce una efficace lezione di amore per la musica che in pochi si possono permettere. Potrebbe non essere un azzardo se tra trent’anni loro e i Daft Punk saranno ricordati come i veri idoli odierni, Non c’è altro da fare che quest’ultimi si degnino di scendere dalla loro navicella.

P.S: El mañana dal vivo merita un discorso a parte inesprimibile.

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Luminanza #1 / Holly & Benji – Quei mangiarape degli Shimada e l’acquitrino infernale

# Episodi, momenti, canzoni e tutto ciò che sa sovrapporsi all’interno d’un opera, Luminanza come istantanea fulgida che sa rappresentare qualsiasi opera d’intrattenimento che non è mai stata solo intrattenimento ma anche squarci, guizzi, intuizioni improvvise lasciate lì a zizzagare. Oppure semplicemente momenti della mia vita davanti a uno schermo che ho reputato importanti ma che al di fuori della mia zona di confort nessuno ha mai considerato, quindi (brevi) cazzate. #

PREMESSA: Non si parleranno di campi da gioco lunghi Km, palle ovali, terreno rotondeggiante, e partite che durano settimane. E’ roba che ha fatto il suo tempo, divertente il giusto.

Ho sempre stimato Oliver Hutton (scritto senza H sui tabelloni durante la serie) perché tra tutti i protagonisti finti dementi funzionali è colui che ha meno fronzoli in testa per tutta la sua storia, supportato anche da un lessico tra i più limitati di sempre. Per lui i dogma sono:

– Andare in Brasile.

– La palla come amico.

– Roberto Sedinho.

Non ha molti altri concetti e pensieri vari, è un Goku in salsa sportiva, molto lontano da personaggi giappo-sportivi ben più caratterizzati alla Rocky Joe, però è attorno a questa sua spensieratezza che gravita lo spirito di Holly & Benji e che ancora oggi più che mai lo rende vitale, divertente e commovente da seguire.

Il trascorso recente dice che lo sto seguendo, a trent’anni, la mattina in Tv verso le Otto, e quando mi perdo una puntata la Yamato viene in soccorso con tutte le puntate su Youtube. Il tutto poi è coinciso con un mondiale di calcio dove L’Italia non ha partecipato dopo mezzo secolo, e quindi quello spirito di frenesia tipico della manifestazione, per come siamo abituati, non c’è stato.  Il trascorso passato parla di merendina, succo di frutta in tetrapack, poltrona ed episodio di Holly & Benji  in primavera inoltrata e poi farsi trascinare per galvanizzante inerzia emulativa con gli amici fuori sul prato a giocare a calcio, in una sorta di rigoroso rito semi-ecclesiastico ormai unanime per tutta la generazione cresciuta tra il 1986 al 1998, e per chi si poteva permettere, appunto, della spensieratezza.

Ora in entrambi i casi c’è una fase della storia dell’anime che mi sgretola il cuore dalla tenerezza: La Gazzarra acquatica contro la Shimada.

Genesi: Presi a pernacchie alla vigilia dall’appena assemblata New Team, rappresentativa della città di Fujisawa, lo Shimada piazza incredibilmente una semifinale regionale solida, fatta di marcature attente e contropiede secco per compensare l’assenza di talento, e schiaffano a tre quarti di partita un 2-0 beffardo sfruttando pure l’assenza dall’altra parte del campo del fenomeno coi guanti Benji Price, sostituito da Alan Crockett(a), e un certo nervosismo avversario che s’amplifica con l’arrivo d’un acquazzone che limita il controllo di palla favorendo i metodi da muratori dello Shimada. Poi succede che Oliver, come la polizia italiana di serie b, s’incazza. Inizia a comprendere meglio il gioco da fare attorno a sé e s’impadronisce della manovra della sua squadra, portando in poco tempo al pareggio la NewTeam.  Qui succede il fatto. I giocatori della Shimada, che fino ad allora avevano adottato una filosofia di calcio speculativa e guardinga, si guardano tra le palle degli occhi e decidono per una svolta clamorosa, giocare d’ora in poi in attacco di massa. Le motivazioni sono plurime e un po’ opinabili e incomprensibili (i tempi supplementari) però delineano una volontà di orgoglio in cui rimembrano i momenti in cui insieme si sono preparati al campionato tra difficoltà, ma pure tra le gioie di allenarsi insieme, vivere insieme, e CUCINARE insieme e qui scena memorabile dove alcuni di loro, per rassodare il fatto che siano degli scappati di casa, si mettono a spiaccicarsi le uova in fronte. E’ un momento tenero che sfocia dopo una partita thrilling e che avrà nefaste ma inevitabili (al fine della storia) conseguenze. All’arrembaggio con gazzarra disumana la Shimada riesce ad avere una occasione d’oro davanti alla porta della NewTeam e qui Alan Crocketta, che per tutta la partita ha svolto il ruolo di scemo del villaggio causa la pressione di sostituire Benji, s’inventa una parata con presa da manuale e rilancia in contropiede Oliver che con destro secco consegna la vittoria alla NewTeam.

C’è un deja-vù gigantesco proprio con il Giappone al mondiale di Russia 2018, in sorprendente vantaggio di due reti a zero contro il Belgio a secondo tempo inoltrato si faranno poi rimontare dalla talentuosa compagine europea e a pochi secondi dal termine Honda s’incarica di battere una punizione dalla trequarti. L’ossigenato giapponese sceglie la botta in porta e portiere belga rimedia in calcio d’angolo, e da lì ci stava tutto il tempo per aspettare i supplementari sfoderando della melina con scadenza breve, mentre invece il sol levante si mantiene tale, il calcio d’angolo viene calciato dritto nelle braccia del portiere avversario che rimette rapidamente la palla in gioco per il contropiede avversario.

L’immagine che darà però ulteriore altro lustro alla partita e che porta a pensare alla combricola dello Shimada è lo spogliatoio pulito che i giapponesi, affranti dalla beffa, lasceranno comunque a fine partita tutti insieme. Ora c’è chi ha notato un analogia simile e per certi versi altrettanto beffarda, ma non fedele quanto la sfiga dolce e dignitosa dei bimbi dello Shimada, che da li in poi non ritorneranno più nella serie. Non è scontato l’atteggiamento di attaccare dopo aver subito un pareggio, a quanto ne so in campionati di Serie B e addirittura di A ci sono partite e tornei dove in situazioni analoghe si preferisce continuare a difendere e portare il risultato fino ai rigori (Russia – Spagna dello stesso mondiale), perciò qui e per tutta la serie di  Yōichi Takahashi si metterà in risalto lo spirito del divertimento e dello spettacolo, concetti come la melina, l’aggressività e le scorrettezze verranno ritratte e stigmatizzate senza troppe banalità ma anzi con un certo raziocinio di chi sa parlare e raffigurare il gioco del calcio.

Ci sono molti personaggi secondari come il collettivo Shimada che presenziano in molte serie tv e anime giapponesi con un destino transitorio simile, ma che spesso sanno essere più rappresentativi e di valore dei protagonisti stessi, spesso destinati a essere spremuti all’inverosimile e creando saghe interminabili; ecco la prima stagione di fine elementare di Oliver Hutton dovrebbe rimanere cristallizzata come la migliore per spirito d’amicizia, positività, e leggerezza. Riguardarla oggi mette anche tristezza perché le concessioni senza fronzoli a una certa età ti riportano a rivivere momenti che non potremmo più rivivere allo stesso modo con la stessa intensa spensieratezza, ma lo spirito di comunione, quell’essere Insieme, quello no, non dovrebbe appassire mai. E’ invece…

 

P.S: E’ obbligatorio, necessario e inevitabile ricordare la vera sigla di Holly & Benji, mande in 1986:

Between Two Shores

Dentro le solite mura dello Sky Stone & Songs, ormai 3 mesi fa, il buon decano della baracca mi racconta della sua ennesima vittima abbattuta a colpi di Glen Hansard, l’arma ormai prediletta in quel piccolo quadrato ormai stoicamente posto al lato buono di Piazza Napoleone. L’incipit e la conclusione possono sembrare banali: Al primo ascolto nisba. Il terzo è già amore totale. In mezzo un senso di colpa dovuto dall’aver speso dei soldi in un disco che non ti sta dando soddisfazione perché l’impatto non è quasi mai quello giusto, specie se non hanno orecchie smaliziate. E’ la domanda è: Chi ormai ha le orecchie smaliziate?

Per farsene due a prova d’urto bisognerebbe quantomeno avere in mente che quello che stai facendo non è tempo da perdere ma ha bisogno della stessa attenzione che si riserva quando si è costretti a sedersi su una poltroncina del cinema, se non leggere.

La domanda vera però è: Come mai questa predisposizione sembra sempre più sinonimo d’insofferenza e di rigidità da almanacco per fissati?

Ho sempre suddiviso la disparità tra vari generi musicali e relativo successo in questo modo, ciò che è immediato e di moda e che tendi a dimenticare dopo qualche anno gode di più fama mentre artisti come Glen Hansard non solo ti obbligano a riascoltarlo per saperlo gestire nella sua intima voracità emozionale, ma ti costringono ad avere un rapporto speciale con loro altrimenti non può tornare utile nemmeno per le playlist giornaliere.

Il concetto di artista da album sta sempre più scomparendo, e inutile che noi della nicchia rock indipendente c’è la raccontiamo; sta pure sparendo quella tipica poeticità che il disco rock imponeva alla nostra cultura musicale, perché il Rap, Hip-hop e il new-soul hanno saputo anche su quel versante a evolversi, e i dischi di maggior peso e di maggior “ricchezza” l’hanno centrati artisti megalomani e dediti anche e sopratutto a come si viene percepiti fuori dal contesto prettamente musicale. Tutto riconducibile all’avvento sempre più onnipresente di Internet e della sua mobilità, imponendo la possibilità d’ascolti tra i più impensabili nei decenni scorsi, c’è così tanta disponibilità e accessibilità che non esiste più musica. Da coltivare.

Credo che sia questo il grosso problema del perché Glen Hansard – che pure ha vinto un Oscar – e chi come lui fatica ad essere riconosciuto per ciò che la gente meriterebbe di scoprire e viceversa; oltre a questo non è stato nemmeno capace nei 90′ di entrare nell’immaginario Rock-Indie con i suoi The Frames e di vivere di rendita come l’amico Eddie Vedder con cui ha suonato assieme quest’estate in una Firenze stellata.

Quindi il suo ultimo disco, non dei migliori, rimane cosa per pochi nonostante sia lampante la versatilità umana ed emozionale che Hansard si porta sulle spalle con una fierezza d’altri tempi e che molti di noi ne farebbe il miglior tesoro da potersi concedere nei momenti a perdere che ci regala inestimabilmente la vita.

Non c’è più motivo di discutere

The+Cranberries+No+Need+To+Argue+-+Sampler-33486

Ho una idea un po’ presuntuosa magari ma precisa di chi sentiva i Cranberries nei corridoi scolastici, con apposite cuffie a spugna collegate al walkman. Rigorosamente in cassetta duplicata dallo stereo del fratello/cugino, con copertina fai da te dai caratteri graziosi e rotondi. Perlopiù ragazze, che non legavano con qualsiasi moda del momento, che fosse la sfiducia intrinseca del Grunge, il disimpegno Dance, la seriosità Metal e nemmeno l’alternative nudo e puro. Pagelle ne troppo ne poco limpide, abbigliamento casual e una fiducia inscalfibile e fluida del proprio futuro, portatrici d’un inconsapevole e incontaminato idealismo social-democratico. Nessuna idea di cosa significhi essere graziose esteticamente, perciò più affascinanti di qualunque altra ragazza se solo l’occhio maschile si fosse concentrato giusto un po’. Ragazze che non avevano molte preferenze musicali, i propri gruppi del cuore non stavano nemmeno in una sola mano, e senza chiedersi quanto brutta fosse la musica restante, pescavano e tenevano stretto quei 50 minuti e più di canzoni.

Molte di queste persone, alla vigilia del concerto che i Cranberries avrebbero dovuto svolgere nella cornice del Firenze Rocks il 24 Giugno scorso, si sono ritrovate per un azione collettiva rivolta agli organizzatori del festival per richiedere indietro parte dei soldi spesi per un biglietto che non comprendeva più la band irlandese, nonostante rimase la possibilità di vedere Eddie Vedder e Glen Hansard, un concerto che registrò 50.000 persone rimaste poi estasiate dal cantante dei Pearl Jam. Una richiesta insensata visto che era un festival ma la portata della band in questione era ancora tale che persino un pezzo grosso come Eddie Vedder non era ritenuto giustificabile di 60 euro più prevendita, ben che meno il sostituto Samuel (e qui ci sta tutto). Una richiesta indice di quanto poco queste persone bazzicano per concerti e quanta importanza hanno dato a 60 euro, una cifra che solo chi ha famiglia e bambini ne conosce bene la portata.

Le copertine dei primi due dischi sono pura estetica nineties: Scarne, essenziali, con soggetti racchiusi in qualcosa, come in Little Earthquakes di Tori Amos e una marea di video alla Violenty Happy di Bjork. Esattamente quel disco della Amos e una certa eredità melodica degli Smiths si sono intrecciati in questi due album portando a settare uno standard pop-rock adolescenziale che farà proseliti e vivrà di luce riflessa nei teen drama e telefilm amorosi di quell’epoca.

I Cranberries sono i prosecutori di molto indie-pop anni ottanta virato a un romanticismo pop da confessionale, e hanno idealmente funzionato da staffetta quasi copiando lo stile dei The Sundays e traghettato e trasformandolo in un female-pop che Morissette, Hole ma pure molta parte delle band leggere dei primi 2000 hanno assorbito fin’ da quel 1994-5, periodo in cui Zombie ha sbancato tutte le classifiche mondiali. Pop-rock intimo, quasi sussurrato, gran parte di quei brani sono quasi l’antitesi di Zombie: Pretty, Empty, I Will Always sono bozzetti di piccole melodie spezzate, di canti sussurrati e di ritornelli senza via d’uscita, una sorta di tepore pop inquieto tipico dell’indie ma portato a un pubblico più variegato, merito che la critica non ha riconosciuto tale; troppo romantico, troppo eccessivo, troppo adolescenziale appunto, ma mi chiedo cosa può essere stato l’ascolto di Zombie in un contesto simile, in un album come No Need to Argue che arrivava dopo il successo del magnifico esordio, trainato da quella che si potrebbe definire come “l’ultima canzone d’amore di questo pianeta“.

Una volta, durante una pausa dallo studio in facoltà, mi ritrovai con compagni in un (Roxy)bar dove in sottofondo era sparata la solita stazione radiofonica sui generis, successi attuali intervallati da qualche brano storico famoso, e il rumore di fondo si fece improvvisamente arido all’arpeggio iniziale di Zombie. Uno stacco di emotività sonora letale. Rimasi impietrito chiedendomi come ha potuto un brano simile ad avere tanto successo da essere ricordato per forza di cose ancora oggi, e quanto può aver spiazzato ripetutamente l’ascoltatore di No Need to Argue quando Zombie era incastrata nella tracklist tra un saggio melodico sull’inadeguatezza adolescenziale di Twenty-One e una ballata luccicante come Empty. Zombie andrebbe vista anche nell’economia di quel disco, del solco nell’anima che tracciò tra quei corridoi, in your head, tra quei walkman e in un contesto così puro da disco adolescenziale tra i più belli e significativi di sempre. Quasi un’anno dopo usci Jagged Little Pill, che ha le stesse dinamiche tenero aggressive intervallate a più riprese ma più incisivo ed estroverso, meno passivo e più femminista, ma senza canzoni sulla morte, sui disastri della guerra, sulle violenze domestiche, su una vasta gamma di questioni spinose affrontate a pane e chitarre.

Dischi del genere non esistono proprio più, non esiste più la musica che s’interfaccia alla realtà, quella più scomoda, specie nel target per ragazzi, basterebbe constatare che l’unica canzone dedicata alla stage terribile al Bataclan l’ha realizzata Kanye West, non a caso il musicista più significativo di quest’ultimi anni. Esiste proprio una forzatura a una logica musicale simile, perché è ormai chiaro come il sole oggi pensare a quanto possa essere patetico scrivere forzatamente canzoni simili nell’attuale contesto inondato di post ironie, meme e disillusione compiaciuta, e mi vergogno a ritrovarmi a pensare che provo le stesse stupide accuse che i nostri zii vissuti nei 70′ rivolgevano a noi riguardo alla decadenza della musica, alla qualità ormai sempre più bassa nel rock e dintorni, e sfido a pensare che gli anni novanta non siano stati un decennio fulgido e ricco di musica dalla bellezza inaudita e di generi musicali più disparati, di quanto non aveva senso quella snobberia perpetrataci da quegli adulti, eppure la mia condizione ormai verte più nel versante “vecchio che grida alle nuvole” e sarebbe ora di rassegnarsi e accettare le rivoluzioni culturali che hanno portato a una oggettiva svalutazione della musica contemporanea, specie di come se ne fa uso e consumo. Paradossalmente la musica d’allora per contenuti è più attuale oggi, e il 15 Gennaio 2018 abbiamo dovuto dire addio a una delle responsabili più distintive di quel periodo, un personaggio che nei decenni dopo ha perso, a voce sua, la più totale fiducia nel mondo musicale, alle sue logiche che cozzavano con il suo desiderio di maternità (come i The Sundays) ottenuta lasciando i Cranberries e incidendo due soli dischi solisti con relativi tour interrotti per problemi di salute, duetti italici e una reunion datata 2010 della band insipida e condita da due album di cui uno un best of in versione acustica.

Mi rimangono le lacrime di una mia amica, ora insegnante, sentite da un cellulare dove, ebbene si, non si dava pace. Rimangono i miei ricordi di Bury the Hatchet, di quell’estate 1999 vissuta in extremis come l’ultimo lascito vero d’un artista che poteva dare di più, riciclarsi come musa da colonne sonore(quella con Badalamenti è ottima)  modello Lisa Gerrard con la sua voce imparagonabile e particolarissima, voce che è stata madre e figlia allo stesso tempo, e rimarrà così confinata a un solo decennio ma piena d’empatia e eterna compassione. Qui da Jools Holland non canta nessun successo, ma mette alla luce il suo innegabile talento alla sua massima forma. Purtroppo ha finito per spezzarmi il cuore per l’ultima volta.

I knew, I knew, I’d lose you.

You’ll always be special to me,

Special to me, to me.

 

Quella vasca Drum and Bass e il piede che s’infreddolisce appena

 

Mi chiedo sempre che cosa effettivamente ha rappresentato e rappresenta oggi la Drum and Bass, che negli anni novanta ha fatto quel lavoro di spleen urbano che Burial ha preso in blocco e affogato per forza in un oceano di liquido amniotico perché ad oggi un solo kick di breakbeat viene subito confinato a un gusto particolarmente indigesto, da centro sociale, puzzolente e senza interazione, di gente vecchia e stantia, insomma di qualcosa di terribilmente vecchio. Paradossale in un presente fatto di perenni sincope ritmiche ai limiti del ridicolo, la sostanziale differenza sta nel rendere i beat più variopinti ed timbricamente eccessivi e non il solito e freddo breakbeat.

Arrivo a Goldie, ai dischi non-ambient di Aphex Twin di fine novanta e Roni Size, nient’altro quindi, ma gran parte di queste cose sono invecchiate piuttosto bene e tendo ad ascoltarle ancora oggi forse, esulavano dall’affidarsi al solo ritmo di 160 BPM ovvero il senso di evanescenza che cozzava con quel ritmo porta-va fascino maggiore, un punto d’incontro dove il ritmo sembrava se non ad annullarsi a perdere la propria rigidità, il sospetto quindi è che se questo incontro non avviene arriva il centro sociale/fuck the system yo.

Tanta di questa mia passione deriva da una ossessione per questo sito, che è pieno, pieno di gemme nascoste di musica House, Dance, Trip-Hop e tutte cosette che andavano di moda nei 90′; in qualche modo l’autore del sito ha salvato tutte le scalette del programma in un impegno commovente che è durato per 888 playlist fino al 2 Luglio scorso.

Prendendo e seguendo una playlist a caso sono capitato in questo pezzo di Alex Reece che effettivamente ha qualche cosa che non quadra nonostante un certo potenziale:

Il remix di DJ Pulse pone semplicemente più ordine sottraendo diverse cazzate sonore da lounge bar e sensazionalismi d’antan e regala un brano che è uno state of mind travolgente, dove la formalità di base crea un crescendo inesorabile di limbo sensoriale, di spazi infiniti e planimetria del cuore.

Remix scovato per puro caso, e se faccio mente locale e penso alla quantità di remix usciti all’epoca c’è solo da diventare degli esploratori in cerca di tesori troppo visionari, e troppo penalizzati dal formato cd single. Sono giorni che l’ascolto e un lampo m’ha portato a giocare a Theme Hospital (rigorosamente la versione per Playstation) con questo brano ed altri a fare da soundtrack. Non è un caso credo.

Cambiare idea è bello, averne una del tutto inedita ancora meglio: Arcade Fire Revenge

L’avevo detto, preparando i fiori cerimoniali da collocare sopra la loro tomba, avevo ascoltato i singoli e inorridito dalla loro banalità e l’idea del cambio di etichetta e lo sbarco alla Columbia aveva quasi decretato la morte degli Arcade Fire, le solite infarinazioni per non farsi troppo male prima della scottatura atroce, e invece Everything Now non è il disco Apple dato in pasto a giovani desiderosi di retorica, e ad ascoltare i testi dei singoli già allora dovevo quantomeno concedermi il lusso del dubbio.

Everything Now non è nemmeno il disco tanto atteso, l’ennesima conferma d’un talento sconfinato e dell’unica indierock band che accontenta tutti, anzi è ciò che tanto desideravo da loro in una carriera vuotata al perfezione formale e contenutistica dei loro dischi.

In precedenza ho parlato di Up dei R.E.M. come un disco di evasione e di ricerca, di uno slancio verso generi non appartenenti al bagaglio culturale della band, un altro brutto anatroccolo Rock che adoro è Pop (appunto) degli U2, il loro disco meno popolare e ignorato della carriera, ad oggi suona come un suicidio commerciale fatto di pezzi pop sgraziati e d’una seconda parte profondamente cieca alla forma canzone tradizionale;  la stessa sensazione che ho provato nel sentire la, chiamiamola così, seconda facciata di Everything Now, un salto verso un vuoto privo di energia, profondamente disilluso laddove l’infelicità dovrebbe procurare energie e rabbia (Funeral), qui si sfiora l’impalpabilità, una sopraffazione che non porta ad altro che ad automatismi stanchi di elettropop e funk sghembo senza particolare convinzione.

A molti ha fatto sputare marcio, ma questa degradazione musicale forse coglie perfettamente l’anima e i contenuti del disco incentrati sullo stile di vita del terzo millennio fatto di Fake News e della tirannia passiva dei Social Media. Credo che la passività sia il concetto corretto sia per il disco e sia per quello di cui vuole parlare, si tratta di deporre tutto verso l’incarnazione fedele di ciò di cui si vuol raccontare, e se nei precedenti dischi tutto si concludeva con una retorica sempre ridondante e compiuta qui tutto è estremamente tenuto disgiunto e senza significato apparente proprio perché il contenuto stesso impone questo, il cittadino medio del terzo millennio è tenuto a tener bassa la testa, che sia a guardare un telefonino o meno non importa, e si può essere gli Arcade Fire e continuare imperterriti a cantare cose come Wake Up e concedere quelle due ore di concerto dove tutto sembra risollevarsi e darci energia; oppure essere gli Arcade Fire e fare un disco che è vostro peggior incubo, essere tutto ciò che non hai voglia di sentire e provare. E’ forse il loro disco più feroce, perché è il loro primo disco insensibile.

Proprio per questo la sfera live avrà e ha avuto prima del disco una panacea da tutti i dubbi che sono sorti sulla band per questo nuovo lavoro, personalmente il concerto di Firenze a cui sono andato con le peggiori intenzioni è stato impressionante per come l’intensità e l’energia sia la stessa del loro primi tour, e la curiosità su come si approcceranno al disco nuovo sul palco sarà tanta, ma non solo, quello che potrà innescare questo disco nella loro carriera sarà altrettanto interessante, può avvenire la svolta pop qui scongiurata nel modo più imprevedibile, oppure perseguire questa voglia di pluralità di generi, che nel disco sono tra i più bizzarri e fuori moda che si potesse pensare (Dub, Dance, Reggae, Synth-pop, Punk,) al contrario di Reflektor.

Everything Now si chiude con We Don’t Deserve Love, e si torna al concetto di everything is beautiful and nobody’s happy di Louis Ck, al Born in a diamond mine but you can’t touch it e ad una sfrontatezza salutata come retorica e presuntuosa, si percepisce la sensazione che tutto ciò che è attorno ci è estraneo, come essere accolti come ospiti nel nostro stesso mondo, e non mi sembra una cosa campata in aria ma nessuno ben che meno il disco capisce il motivo, nessuno sa perché ci troviamo qui ed è insopportabile.