Non c’è più motivo di discutere.

Ho una idea un po’ presuntuosa magari ma precisa di chi sentiva i Cranberries nei corridoi scolastici, con apposite cuffie a spugna collegate al walkman. Rigorosamente in cassetta duplicata dallo stereo del fratello/cugino, con copertina fai da te dai caratteri graziosi e rotondi. Perlopiù ragazze, che non legavano con qualsiasi moda del momento, che fosse la sfiducia intrinseca del Grunge, il disimpegno Dance, la seriosità Metal e nemmeno l’alternative nudo e puro. Pagelle ne troppo ne poco limpide, abbigliamento casual e una fiducia inscalfibile e fluida del proprio futuro, portatrici d’un inconsapevole e incontaminato idealismo social-democratico. Nessuna idea di cosa significhi essere graziose esteticamente, perciò più affascinanti di qualunque altra ragazza se solo l’occhio maschile si fosse concentrato giusto un po’. Ragazze che non avevano molte preferenze musicali, i propri gruppi del cuore non stavano nemmeno in una sola mano, e senza chiedersi quanto brutta fosse la musica restante, pescavano e tenevano stretto quei 50 minuti e più di canzoni.

Molte di queste persone, alla vigilia del concerto che i Cranberries avrebbero dovuto svolgere nella cornice del Firenze Rocks il 24 Giugno scorso, si sono ritrovate per un azione collettiva rivolta agli organizzatori del festival per richiedere indietro parte dei soldi spesi per un biglietto che non comprendeva più la band irlandese, nonostante rimase la possibilità di vedere Eddie Vedder e Glen Hansard, un concerto che registrò 50.000 persone rimaste poi estasiate dal cantante dei Pearl Jam. Una richiesta insensata visto che era un festival ma la portata della band in questione era ancora tale che persino un pezzo grosso come Eddie Vedder non era ritenuto giustificabile di 60 euro più prevendita, ben che meno il sostituto Samuel (e qui ci sta tutto). Una richiesta indice di quanto poco queste persone bazzicano per concerti e quanta importanza hanno dato a 60 euro, una cifra che solo chi ha famiglia e bambini ne conosce bene la portata.

Le copertine dei primi due dischi sono pura estetica nineties: Scarne, essenziali, con soggetti racchiusi in qualcosa, come in Little Earthquakes di Tori Amos e una marea di video alla Violenty Happy di Bjork. Esattamente quel disco della Amos e una certa eredità melodica degli Smiths si sono intrecciati in questi due album portando a settare uno standard pop-rock adolescenziale che farà proseliti e vivrà di luce riflessa nei teen drama e telefilm amorosi di quell’epoca.

I Cranberries sono i prosecutori di molto indie-pop anni ottanta virato a un romanticismo pop da confessionale, e hanno idealmente funzionato da staffetta quasi copiando lo stile dei The Sundays e traghettato e trasformandolo in un female-pop che Morissette, Hole ma pure molta parte delle band leggere dei primi 2000 hanno assorbito fin’ da quel 1994-5, periodo in cui Zombie ha sbancato tutte le classifiche mondiali. Pop-rock intimo, quasi sussurrato, gran parte di quei brani sono quasi l’antitesi di Zombie: Pretty, Empty, I Will Always sono bozzetti di piccole melodie spezzate, di canti sussurrati e di ritornelli senza via d’uscita, una sorta di tepore pop inquieto tipico dell’indie ma portato a un pubblico più variegato, merito che la critica non ha riconosciuto tale; troppo romantico, troppo eccessivo, troppo adolescenziale appunto, ma mi chiedo cosa può essere stato l’ascolto di Zombie in un contesto simile, in un album come No Need to Argue che arrivava dopo il successo del magnifico esordio, trainato da quella che si potrebbe definire come “l’ultima canzone d’amore di questo pianeta“.

Una volta, durante una pausa dallo studio in facoltà, mi ritrovai con compagni in un (Roxy)bar dove in sottofondo era sparata la solita stazione radiofonica sui generis, successi attuali intervallati da qualche brano storico famoso, e il rumore di fondo si fece improvvisamente arido all’arpeggio iniziale di Zombie. Uno stacco di emotività sonora letale. Rimasi impietrito chiedendomi come ha potuto un brano simile ad avere tanto successo da essere ricordato per forza di cose ancora oggi, e quanto può aver spiazzato ripetutamente l’ascoltatore di No Need to Argue quando Zombie era incastrata nella tracklist tra un saggio melodico sull’inadeguatezza adolescenziale di Twenty-One e una ballata luccicante come Empty. Zombie andrebbe vista anche nell’economia di quel disco, del solco nell’anima che tracciò tra quei corridoi, in your head, tra quei walkman e in un contesto così puro da disco adolescenziale tra i più belli e significativi di sempre. Quasi un’anno dopo usci Jagged Little Pill, che ha le stesse dinamiche tenero aggressive intervallate a più riprese ma più incisivo ed estroverso, meno passivo e più femminista, ma senza canzoni sulla morte, sui disastri della guerra, sulle violenze domestiche, su una vasta gamma di questioni spinose affrontate a pane e chitarre.

Dischi del genere non esistono proprio più, non esiste più la musica che s’interfaccia alla realtà, quella più scomoda, specie nel target per ragazzi, basterebbe constatare che l’unica canzone dedicata alla stage terribile al Bataclan l’ha realizzata Kanye West, non a caso il musicista più significativo di quest’ultimi anni. Esiste proprio una forzatura a una logica musicale simile, perché è ormai chiaro come il sole oggi pensare a quanto possa essere patetico scrivere forzatamente canzoni simili nell’attuale contesto inondato di post ironie, meme e disillusione compiaciuta, e mi vergogno a ritrovarmi a pensare che provo le stesse stupide accuse che i nostri zii vissuti nei 70′ rivolgevano a noi riguardo alla decadenza della musica, alla qualità ormai sempre più bassa nel rock e dintorni, e sfido a pensare che gli anni novanta non siano stati un decennio fulgido e ricco di musica dalla bellezza inaudita e di generi musicali più disparati, di quanto non aveva senso quella snobberia perpetrataci da quegli adulti, eppure la mia condizione ormai verte più nel versante “vecchio che grida alle nuvole” e sarebbe ora di rassegnarsi e accettare le rivoluzioni culturali che hanno portato a una oggettiva svalutazione della musica contemporanea, specie di come se ne fa uso e consumo. Paradossalmente la musica d’allora per contenuti è più attuale oggi, e il 15 Gennaio 2018 abbiamo dovuto dire addio a una delle responsabili più distintive di quel periodo, un personaggio che nei decenni dopo ha perso, a voce sua, la più totale fiducia nel mondo musicale, alle sue logiche che cozzavano con il suo desiderio di maternità (come i The Sundays) ottenuta lasciando i Cranberries e incidendo due soli dischi solisti con relativi tour interrotti per problemi di salute, duetti italici e una reunion datata 2010 della band insipida e condita da due album di cui uno un best of in versione acustica.

Mi rimangono le lacrime di una mia amica, ora insegnante, sentite da un cellulare dove, ebbene si, non si dava pace. Rimangono i miei ricordi di Bury the Hatchet, di quell’estate 1999 vissuta in extremis come l’ultimo lascito vero d’un artista che poteva dare di più, riciclarsi come musa da colonne sonore(quella con Badalamenti è ottima)  modello Lisa Gerrard con la sua voce imparagonabile e particolarissima, voce che è stata madre e figlia allo stesso tempo, e rimarrà così confinata a un solo decennio ma piena d’empatia e eterna compassione. Qui da Jools Holland non canta nessun successo, ma mette alla luce il suo innegabile talento alla sua massima forma. Purtroppo ha finito per spezzarmi il cuore per l’ultima volta.

I knew, I knew, I’d lose you.

You’ll always be special to me,

Special to me, to me.

 

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Quella vasca Drum and Bass e il piede che s’infreddolisce appena

 

Mi chiedo sempre che cosa effettivamente ha rappresentato e rappresenta oggi la Drum and Bass, che negli anni novanta ha fatto quel lavoro di spleen urbano che Burial ha preso in blocco e affogato per forza in un oceano di liquido amniotico perché ad oggi un solo kick di breakbeat viene subito confinato a un gusto particolarmente indigesto, da centro sociale, puzzolente e senza interazione, di gente vecchia e stantia, insomma di qualcosa di terribilmente vecchio. Paradossale in un presente fatto di perenni sincope ritmiche ai limiti del ridicolo, la sostanziale differenza sta nel rendere i beat più variopinti ed timbricamente eccessivi e non il solito e freddo breakbeat.

Arrivo a Goldie, ai dischi non-ambient di Aphex Twin di fine novanta e Roni Size, nient’altro quindi, ma gran parte di queste cose sono invecchiate piuttosto bene e tendo ad ascoltarle ancora oggi forse, esulavano dall’affidarsi al solo ritmo di 160 BPM ovvero il senso di evanescenza che cozzava con quel ritmo porta-va fascino maggiore, un punto d’incontro dove il ritmo sembrava se non ad annullarsi a perdere la propria rigidità, il sospetto quindi è che se questo incontro non avviene arriva il centro sociale/fuck the system yo.

Tanta di questa mia passione deriva da una ossessione per questo sito, che è pieno, pieno di gemme nascoste di musica House, Dance, Trip-Hop e tutte cosette che andavano di moda nei 90′; in qualche modo l’autore del sito ha salvato tutte le scalette del programma in un impegno commovente che è durato per 888 playlist fino al 2 Luglio scorso.

Prendendo e seguendo una playlist a caso sono capitato in questo pezzo di Alex Reece che effettivamente ha qualche cosa che non quadra nonostante un certo potenziale:

Il remix di DJ Pulse pone semplicemente più ordine sottraendo diverse cazzate sonore da lounge bar e sensazionalismi d’antan e regala un brano che è uno state of mind travolgente, dove la formalità di base crea un crescendo inesorabile di limbo sensoriale, di spazi infiniti e planimetria del cuore.

Remix scovato per puro caso, e se faccio mente locale e penso alla quantità di remix usciti all’epoca c’è solo da diventare degli esploratori in cerca di tesori troppo visionari, e troppo penalizzati dal formato cd single. Sono giorni che l’ascolto e un lampo m’ha portato a giocare a Theme Hospital (rigorosamente la versione per Playstation) con questo brano ed altri a fare da soundtrack. Non è un caso credo.

Cambiare idea è bello, averne una del tutto inedita ancora meglio: Arcade Fire Revenge

L’avevo detto, preparando i fiori cerimoniali da collocare sopra la loro tomba, avevo ascoltato i singoli e inorridito dalla loro banalità e l’idea del cambio di etichetta e lo sbarco alla Columbia aveva quasi decretato la morte degli Arcade Fire, le solite infarinazioni per non farsi troppo male prima della scottatura atroce, e invece Everything Now non è il disco Apple dato in pasto a giovani desiderosi di retorica, e ad ascoltare i testi dei singoli già allora dovevo quantomeno concedermi il lusso del dubbio.

Everything Now non è nemmeno il disco tanto atteso, l’ennesima conferma d’un talento sconfinato e dell’unica indierock band che accontenta tutti, anzi è ciò che tanto desideravo da loro in una carriera vuotata al perfezione formale e contenutistica dei loro dischi.

In precedenza ho parlato di Up dei R.E.M. come un disco di evasione e di ricerca, di uno slancio verso generi non appartenenti al bagaglio culturale della band, un altro brutto anatroccolo Rock che adoro è Pop (appunto) degli U2, il loro disco meno popolare e ignorato della carriera, ad oggi suona come un suicidio commerciale fatto di pezzi pop sgraziati e d’una seconda parte profondamente cieca alla forma canzone tradizionale;  la stessa sensazione che ho provato nel sentire la, chiamiamola così, seconda facciata di Everything Now, un salto verso un vuoto privo di energia, profondamente disilluso laddove l’infelicità dovrebbe procurare energie e rabbia (Funeral), qui si sfiora l’impalpabilità, una sopraffazione che non porta ad altro che ad automatismi stanchi di elettropop e funk sghembo senza particolare convinzione.

A molti ha fatto sputare marcio, ma questa degradazione musicale forse coglie perfettamente l’anima e i contenuti del disco incentrati sullo stile di vita del terzo millennio fatto di Fake News e della tirannia passiva dei Social Media. Credo che la passività sia il concetto corretto sia per il disco e sia per quello di cui vuole parlare, si tratta di deporre tutto verso l’incarnazione fedele di ciò di cui si vuol raccontare, e se nei precedenti dischi tutto si concludeva con una retorica sempre ridondante e compiuta qui tutto è estremamente tenuto disgiunto e senza significato apparente proprio perché il contenuto stesso impone questo, il cittadino medio del terzo millennio è tenuto a tener bassa la testa, che sia a guardare un telefonino o meno non importa, e si può essere gli Arcade Fire e continuare imperterriti a cantare cose come Wake Up e concedere quelle due ore di concerto dove tutto sembra risollevarsi e darci energia; oppure essere gli Arcade Fire e fare un disco che è vostro peggior incubo, essere tutto ciò che non hai voglia di sentire e provare. E’ forse il loro disco più feroce, perché è il loro primo disco insensibile.

Proprio per questo la sfera live avrà e ha avuto prima del disco una panacea da tutti i dubbi che sono sorti sulla band per questo nuovo lavoro, personalmente il concerto di Firenze a cui sono andato con le peggiori intenzioni è stato impressionante per come l’intensità e l’energia sia la stessa del loro primi tour, e la curiosità su come si approcceranno al disco nuovo sul palco sarà tanta, ma non solo, quello che potrà innescare questo disco nella loro carriera sarà altrettanto interessante, può avvenire la svolta pop qui scongiurata nel modo più imprevedibile, oppure perseguire questa voglia di pluralità di generi, che nel disco sono tra i più bizzarri e fuori moda che si potesse pensare (Dub, Dance, Reggae, Synth-pop, Punk,) al contrario di Reflektor.

Everything Now si chiude con We Don’t Deserve Love, e si torna al concetto di everything is beautiful and nobody’s happy di Louis Ck, al Born in a diamond mine but you can’t touch it e ad una sfrontatezza salutata come retorica e presuntuosa, si percepisce la sensazione che tutto ciò che è attorno ci è estraneo, come essere accolti come ospiti nel nostro stesso mondo, e non mi sembra una cosa campata in aria ma nessuno ben che meno il disco capisce il motivo, nessuno sa perché ci troviamo qui ed è insopportabile.

 

Up

Inizio ad avere una certa idiosincrasia per certi dischi odierni perfettini e dalla tracklist lento-veloce-veloce-lento-lentonestrappalacrime vuoti come il riso soffiato, probabilmente ormai il rock sta diventando noioso e senza contenuti e io forse ho ascoltato troppa di quella roba.

Mi è ricapitato d’ascoltare questo:

Bannato come orrendo, aborto elettronico senza nerbo, l’inizio della fine del gruppo, e tra poco avrà vent’anni e inizio a pensare che di dischi così “a cuor leggero” non ne esistano più, oltre ai gruppi.

Davvero legato ai quattro singoli d’allora che mi formarono come ascoltatore alle prime armi (sempre un dettaglio sottovalutato) ma riascoltando oggi il disco sembra i Yo La Tengo con la voce di Stipe, e ad oggi i dischi dei Yo La Tengo si guadagnano la pagnotta critica ovunque, pur non avendo Stipe.

Punto d’arrivo d’un discorso contemplativo che i R.E.M. hanno portato avanti per tutti i 90′ (parziale eccezione Monster, ma parziale) con un aura tipica dei film in seconda-terza serata, di canzoni pop-rock pigre, fuori binario e lunatiche. Up è pieno d’interiorità testarda, indotta, che rifiuta la luce che arriva delle finestre,  tanto che a volte gira a vuoto volutamente e non porta a distinguere un pezzo dall’altro, ma è un flusso gradualmente brillante e piacevole, portato avanti da uno Stipe orfano dei coretti di Mike Mills a cui viene lasciato ogni spazio di trascinare a riva brani impiastrati di elettronica lunare.

Supsicion è un brano rubato agli Air, Sad Professor che potrebbe esplodere ma si trattiene, la tensione amniotica di Diminished con quel Sing along che paradossalmente è l’anima del disco dove qua e la’ fa sentire sentori di folk-rock tronica di nuovo millennio, intuizione frutto d’un piglio del tutto ingenuo (indie) di ciò che invece effettivamente volevano ottenere, non a caso abbandoneranno subito l’elettronica per i veri dischi imbarazzanti che combineranno nei 2000, ma involontariamente hanno inciso un disco atipico, disorientante e inclassificabile, ma di pregevole fattura pop.

Poi rimangono i 4 singoli, di cui è impossibile parlarne in modo pertinente visto che hanno significato quasi tutto all’epoca:

Daysleeper con la sua cronaca del lavoratore moderno è andata oltre il 1999; il suono dell’oceano impostato alle nove di sera, il mondo in lavorazione perenne, disorientamento, una canzone drammatica se non fosse per l’arrangiamento, la melodia, il cantato di Stipe.

Lotus è rock-pop tipico della band mandato in un inceneritore a forma di violino e organetto, il tutto perde gradevolmente di lucidità.

At my Most Beautiful oggi suona come un telefilm per cuori affamati, ma mi rimane ancorata alla prima esperienza, tipica di quando mangi per la prima volta una crostata di ciliegie e la bocca si riempie di zuccheri rigenerativi e il cervello ti ammonisce e ti dirai “mai più”, sapendo di mentire. A me quei telefilm piacciono ancora.

Suspicion la trovavo noiosa, oggi m’ha insegnato tanto quanto le precedenti. E’ un immedesimarsi credibile, come tutto l’album.

Gli Arcade Fire ci stanno lasciando.

Non riesco a capire esattamente se sono gli Arcade Fire a essere diventati veniali e adolescenziali oppure il mio gusto sta cambiando verso ascolti meno ingenui, forse entrambe le cose ma il punto in comune è la banalità.

L’ultimi loro pezzi non potrei proprio definirli brutti, la cosa incredibile è che me li ritrovo a canticchiarli senza un valido motivo, se non fosse che sono canzoni stupide, appiccicaticce. C’è questa santificazione del dover cambiare sempre per non cambiare mai, del non suonare mai la stessa cosa per non risultare banale, e sulle prime impressioni l’ascoltatore comprende e si esalta, è tutto giusto, col ripetersi si svilisce un’idea e si diventa retorici, non passa mai l’idea che la vera retorica sta nel porre delle regole. Radiohead e David Bowie hanno sempre cambiato, i primi con criterio ossessivamente certosino, l’altro nell’affannosa ricerca di una nuova identità per riempire l’armadio, ma ciò che gli ha permesso di essere veramente diversi da loro stessi è una vera apertura mentale e un’ autentica vulnerabilità al cambiamento; ciò che prima di tutto hanno cambiato è il modo di scrivere canzoni, perché solo così si poteva rinnovare il suono o viceversa.

Le nuove canzoni degli Arcade Fire sono : Everything Now, Creature Confort, e Signs of Life, e non ci sono sostanziali cambiamenti strofa-ritornello, non ci sono testi diversi dal loro passato e atmosfere nuove, si vuole ballare, si vuole essere smaccatamente pop e elettronici, ma e una normalizzazione di ciò che hanno fatto in passato, se non svilirlo in frammenti sonori senza stile; dal coretto mulino bianco di Everything Now al Synth vuoto sul finale di Creature Confort, una sorta di basic Indie wannabe pop, l’assoluta invisibilità. Il gruppo ha ben 7-8 elementi multiuso e vederli declinati al nulla è fastidioso, sentirli parlare di evoluzione del loro sound è fastidioso, i R.E.M. hanno sempre suonato la stessa canzone ma hanno scritto versi e suoni profondissimi e personali, e hanno avuto successo e credibilità sempre; per gli Arcade Fire il recente passaggio a una Major è inciso con queste avvisaglie di vuoto pneumatico che non si rispecchiano in un passato glorioso. Forse è tempo per loro di rimbambirsi davanti a uno stadio gremito. E’ stato bello.

Super Nintendo MINI e Co, e la nostalgia s’impenna.

Eccola qui:

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La lista dei Giuochi:

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Per la versione giapponese saranno presenti

  • Fire Emblem Mystery of the Emblem
  • Panel de Pon
  • Super Street Fighter 2 The New Challengers
  • Super Formation Soccer
  • The Legend of the Mystical Ninja

Per chi parla il Super Nintendo è la miglior console di tutti i tempi, quantomeno è il retrogaming perfetto e per nulla invecchiato, la grazia con cui ancora oggi garantisca una perizia pressoché perfetta tra grafica e giocabilità è tale da annoverare come una delle esperienze videoludiche imprescindibili. Larga parte di questi giochi non danno mai la sensazione che qualcosa vada a vuoto, che i livelli d’un plattform/sparatutto siano troppo o poco profondi per la giocabilità in atto (dico a te, Sonic), il 2D qui raggiunge l’ultima tappa del suo percorso e certe produzioni indie odierne si sognano ancora una tale perfezione. Estetiche ancora oggi piene di profondità, di parallasse a mascella aperta e di colori folgoranti, con design e sonoro curati e distinguibili l’uno dall’altro, insomma uno stile Nintendo che fa ancora ciao con la manina.

Da qui inizieranno a maturare generi come gli RPG, Sparatutto, Simulazioni e titoli sportivi degni ancora oggi di rispetto; le prime due tipologie sopratutto inizieranno ad affrontare storie di dittature, schiavitù e disastri scientifici degni di ciò che si provava alla fine del millennio scorso mentre nel frattempo saghe come Final Fantasy, Metroid, Castelvania, Mario, Zelda e Street Fighter qui avranno modo di mettere radici con capitoli che definiranno la loro estetica e importanza nell’evoluzione del videogioco.

Potrei continuare e fare un post infinito, ma mi taccio e provo a sintetizzare il motivo di tanta grandezza. La line up disponibile è pressoché inattaccabile, ci sono i brand Nintendo che hanno fatto piazza pulita di tutto ciò che esisteva allora, ma in aggiunta troviamo titoli non del tutto popolari ma che meritano una seconda chance (Earthbound, Secret of Mana, F-Zero e Starfox 2 mai pubblicato per varie questioni). Ora però mettiamo caso se Nintendo decideva di fare due versioni con parco giochi differenziato, cosa sarebbe successo? Di sicuro non sarebbe stata una tragedia, anzi avrebbero raddoppiato le vendite. Perché? Ecco i giochi rimasti esclusi:

  • Super R-Type II – Ok, saga che su Amiga ha visto il suo massimo splendore, ma il porting per Snes era incluso in ogni console europea e esteticamente rimane tutt’oggi incredibile. Colonna sonora folgorante.
  • Biker Mice From Mars – Titolo a cui sono legatissimo per ricordi d’infanzia, mi capitò di giocarlo molto di più rispetto a Mario Kart, perché probabilmente era il primo gioco di corse dove potevi pimpare sensibilmente il proprio mezzo, ma potrei sbagliarmi. Marchio caduto nell’oblio per carità, ma gioco Konami, quindi garanzia.
  • Chrono Trigger – Qui siamo dalle parti dell’omicidio, la vera assenza che grida vendetta. Probabilmente su portabile spacca ancora i culi a qualunque cosa e su DS ha conosciuto una nuova vita, ma si parla di quasi dieci anni fa, la presenza di Final Fantasy 6 suo unico rivale in quanto a grandezza nella line up porta a pensare che il brand fosse un requisito più importante, vedi anche Mario RPG che però non è minimamente paragonabile e presenti ci sono già tre titoli mariosi che bastavano ed avanzavano. Occasione persa per dargli il giusto risalto proprio accostandolo ai grandi titoli Snes invece del porting solitario.
  • Tales of Phantasia – Altro RPG rivoluzionario che come Chrono Trigger riuscì ad avere una versione con animazioni per Playstation. Qui il livello di difficoltà forse supera ogni altro titolo RPG del tempo, e sistema di combattimento in tempo reale dà il controllo perpetuo del personaggio trasformando quasi in un picchiaduro 2D/GDR con il resto del party a supportarti in default scegliendo le tattiche da adottare per ognuno di loro. Maginfico.
  • Terranigma – L’angolo degli RPG perduti potrebbe chiudersi qui, con il più sfortunato e devastante della serie. Primo gioco dove ogni scelta adottata porta a conseguenze attorno al proprio mondo di gioco, anzi ne cambia radicalmente le sorti e le ambientazioni con una filosofia ambientalista e socioculturale da far impallidire, specie se pensiamo che era appena il 1996. Finale che fa le scarpe a un Fumito Ueda a caso. Capolavoro mastodontico e incomprensibilmente privato d’ogni porting/remake.
  • Pilotwings – Qui il brand Nintendo ci stava tutto, assieme a Mario World e F-Zero uno dei primi giochi dedicati alla console. Forse un genere ormai impopolare? Sarà ma maledettamente difficile e intrigante, e sopratutto storico. Forse si sono riservati di dedicare il giusto spazio a Pilotwings 64 per il prossimo futuro?
  • Demon’s Crest – Difficilissimo eh, per una operazione casa e famiglia forse non adatto, però fascino dell’inferno peccatore, demoni a scorrimento verticale, non a caso spin-off di Ghost’s n’ Goblins con due capitoli Nes alle spalle.
  • Un International Superstar Soccer a caso – Deluxe probabilmente, versione più gustosa del primo e vero simulatore di calcio veramente divertente per console, da qui Fifa iniziò a perdere sonno. Snes mini che non contempla giochi sportivi nonostante la console era ricca di titoli godibilissimi, non esiste nessun discorso di vecchiume ingiocabile nel 2017, personalmente i giochi di calcio d’allora erano ben più spensierati e letali, specie se giocati con amici, qui parliamo del titolo di punta. All’epoca c’ho perso mesi, forse anni. #NOFOUL!?
  • Killer Instinct – Considerato a priori come risposte di Nintendo alla deriva americana di metà novanta con titoli trasgressivi che il Mega Drive proponeva approfittando del codice etico di Nintendo con conseguente rivoluzione nel mondo dei videogiochi. Assieme a Donkey Kong Country tentativi riusciti di mantenere i piedi in entrambe le staffe e trovare un compromesso tra coolness e stile antico, tutto merito della Rare; nel caso specifico una risposta al grezzume di Mortal Kombat, abbinando sangue e carisma a uno stile fluido che il titolo Acclaim (che trovò successo sul Mega Drive) si sognava.
  • Un Bomberman a caso, ma anche due – Saga storica che ha conosciuto un nuovo capitolo su Switch che non ha particolarmente convinto, (in sconto del 40% in queste settimane) quindi quale miglior occasione per supportare il brand? Specie su console 16 bit dove la sua giocabilità conosce la perfezione? Mistero. Ci stanno cinque capitoli per Snes, l’ultimo meno conosciuto in Europa e summa delle precedenti ma forse meno carismatico rispetto ai primi tre. Il primo doveva starci.
  • Sparkster – Qui mi tocca lasciare il cuore perché è un gioco che all’epoca ho amato tantissimo, in cui m’immedesimavo da piccolo giocando con gli amici (!) e che con l’età adulta l’ho trovato abbandonato ai capitoli di metà anni 90′. Plattform variegato dove il boost alle spalle del topo corazzato permetteva momenti alla Sonic custoditi in un level design sobrio ma efficace. E’ una saga cresciuta su Sega, quindi parte già male in una logica mini, e si sostiene che i capitoli ove dedicati siamo migliori di questo, io potrei sostenere il contrario ma non esistono steccati, vanno riscoperti tutti. P.S: Ha subito nel 2010 un tentativo di restyling che… fa male solo a pensarci.
  • Seiken Densetsu 3 (Secret of Mana 2) –  Secret of Mana con 6 personaggi da scegliere e longevità assicurata, ma mai uscito in Europa. Poteva essere un occasione d’un rilancio da queste parti ma uscirà una raccolta della saga su Switch, quindi pazienza.
  • Bahamut Lagoon – Manca terribilmente un tattico, questo tra i tanti usciti in giappone all’epoca lo trovo più intuitivo e affascinante delle varie saghe alla Fire Emblem. Clan di Draghi da manovrare in una trama semplice ma dai risvolti non banali.
  • Dragon Quest V o VI – Square batte Enix due a zero. Non so quanto in giappone l’hanno presa bene, qua nessuno se ne cura, ma altra occasione persa se non fosse che sono stati rilanciati in remake per DS.
  • Star Ocean – L’ultimo capolavoro RPG e forse in generale della console per l’estate del 1996. Battle system alla Tales on Phantasia ma con controllo in terza persona di tutto il clan, capacità di inventare oggetti e storia sci-fi dalla grafica più ricca per Snes. Mai uscito in Europa. Il mondo non ti merita.
  • Donkey Kong Country 2 – Qui credo che dipenda dal fatto che il personaggio più iconico, ovvero Donkey Kong, non compaia coraggiosamente nei due capitoli successivi, e che per il Mini era importante presentarlo assieme a tutto il condominio di star. Peccato visto che il vero capolavoro ha come protagonista la sorellina Dixie e Diddy Kong. (Il terzo andò ad esagerare però aveva un finale tra i più belli della serie e innovazioni uniche).
  • Actraiser – Sound like Rastan, ma con la capacità di ripopolare strategicamente città e paesi liberati dalla devastazione demoniaca per ottenere in cambio potenza divina e magie varie, il suo seguito è bellissimo ma perde quest’ultima primizia. Saga che vendette molto e che è sempre in procinto d’essere riproposta, ma per ora non si è visto niente.
  • Metal Warriors – ROBOTTAME. A scorrimento verticale. Spade laser, scudi e boost per volare. Si possono scambiare mezzi quando quello in possesso è in procinto d’esplodere. Basta, non serve altro.
  • Front Mission – Tattico robotico, per il genere il migliore per console. Atmosfera che ti fa dire Capcom e invece è Square. Avrà un seguito brutalmente bello a scorrimento verticale ma uscito con l’appartamento già perlopiù smontato e pronto all’affitto. Da riscoprire assolutamente.
  • Shadowrun – GDR isometrico in salsa sci-fi poco incline alla filosofia della console ma che tra PC e Mega Drive mette pure qui il suo zampino, con un capitolo tutt’oggi godibile, figurati all’epoca. Meriterebbe un remake.
  • Slam Dunk SD Heat Up! – E’ un mondo triste e amaro, non tutti conoscono Slam Dunk, e non tutti conoscono questo gioco di basket che fa le scarpe ai vari NBA dell’epoca con la sua dose di ironia e gameplay scorrevolissimo. Tattiche, filosofie e sostituzioni arricchiscono il tutto. Sempre chiesto quanto possa essere devastante in locale con amici a casa. Sple-ndi-do.
  • Axelay – Sparatutto non solo verticale con mode 7 sugli scudi e design più che ottimo. Da’ ancora alla testa.

Poi la versione sfiziosissima di Sim City, Goof Troop, Un Squadron (mai giocato, ma pare sia tra gli sparatutto migliori), Star Wars strikes back, Super Tennis, Super Adventure Island II, Super Tetris II, Ogre Battle, i Wario, Plok plattform incompreso, Harvest Moon del 1998 e completamente passato inosservato…se devo scegliere una console da portare su un’isola deserta, eccola qui.

Senza dubbio una scelta difficile quindi, facilitata però dai brand Nintendo e dalle saghe più popolari.

Insomma a Settembre sarà Sega vs Nintendo formato miniatura, perché anche l’antica rivale si butta nel modernariato nostalgico, o lo fa in un modo poco oculato con Il Megadrive Flashback, dotato di 85 giochi (!) filtri vari e Joypad wireless e compatibilità con le vecchie cartucce ma….

Cambia la forma, diventa un banale decoder tarocco insignificante, ed è preceduta da  imitazioni e versioni portabili del Megadrive che hanno contribuito a una confusione generale per il rilancio, la differenza di scalpore ed oculatezza rispetto a quanto proposto da Nintendo è quasi imbarazzante.

 

Sì, pure Atari mette il suo carico con una serie di miniature arrivate addirittura a 8 apparecchi vari, l’ultimo dei quali con 120 giochi e caratteristiche simili a quelle di Sega. Merito a Nintendo di saper surfare bene l’onda e di saper valorizzare l’effetto nostalgia con pochi giochi, disponibilità limitate ai limiti dell collezionismo e rispetto estetico.

Forse si tratta d’una bolla ma se guardiamo al record di vendite del remake di Crash c’è da chiedersi se ci sia effettivamente una retromania videoludica sempre più insistente o semplicemente una moda passeggera? Il videogiocatore desidera un ritorno alla semplicità stanco di aggiornamenti in GB, on-line tendente alla misantropia e giochi interminabili? Oppure è così pigro che non riesce a vedere oltre la superficie?

Intanto parte il fantaretro con ipotesi di N64 mini e PSOne mini. Stay old.

Spezzatino E3 – Terze parti, Indie

Ubisoft:

Ubisoft ormai si porta dietro da anni una brutta fama in fatto di giochi poco curati, e di poca fantasia nel soddisfare sopratutto il giocatore medio con dosi importanti di ignoranza, (Just Cause, Far Cry, Assassin’s Creed, South Park, Just Dance tutti riproposti a questo E3 tranne il primo) stavolta senza sapere veramente leggere ne scrivere si porta a casa la palma di miglior conferenza, per stile dello show, gameplaying mostrati, ritmo e una gran dose di varietà e sorprese.

L’inizio con Miyamoto a presentare assieme a Guillemot Mario+Rabbids è stata una grande spinta, con gioco sviluppato tra Milano, Francia e Giappone con il direttore creativo Soliani protagonista in sala d’una dedica del sommo papà dell’idraulico italiano con conseguente commozione in mondovisione. Protagonista forse anche d’un gioco destinato già a far parlare per lo sforzo di Nintendo a rendere disponibile (non la prima volta però) il suo brand più famoso, ma anche per la tipologia strategica stile X-Com di cui Mario sarà coinvolto assieme ai conigliozzi Ubisoft.

Il gioco uscirà a fine Agosto, per la felicità di tutti.

Senza dubbio il knock-out definitivo è stato l’annuncio di Beyond Good and Evil 2, che promette fin da subito di essere un gioco next gen,  sopratutto capace di portare innovazioni clamorose in termini di grafica, di open-world e intelligenza artificiale capace di rendere un intero universo vittima dei vari effetti atmosferici, insomma No Man’s Sky portato a qualcosa di compiuto e che abbia una trama, qualcosa che difficilmente vedremo tra il 2017 e il 2018.

Il tema ricorrente della conference sono le lacrime, qui Ancel se ne fa scappare una.

Rimangono un Transference con protagonista Eljiah Wood che si fa coinvolgere in un titolo VR misteriosissimo ma affascinante, in uscità per la primavera 2018; Skull and Bones qualcosa di naval-piratesco dove controlleremo una ciurma di pirati in una routine tipica per il loro stile di vita. A me affascina, altri hanno notato giustamente qualcosa di poco originale e vicino alla Ubisoft (Assassin’s Creed); Starlink con lo spazio di nuovo protagonista con una stravagante idea di implementare dei modellini di navi spaziali da combattimento nei joystick (con) delle proprie console, nessuna esclusa; Steep diventa gioco ufficiale delle olimpiadi invernali.

Superata ogni aspettativa.

Elettronics Arts

Sport, Star Wars, Fifa, Batterfield, la solita storia, senonché A Way Out, presentato in modo poco convenevole dal creatore e direttore Josef Flares, presenta un co-op dove dovremmo finalizzare e portare a termine un evasione dal carcere di massima sicurezza di due prigionieri, con coordinamenti motori, suspence e momenti d’azione che promettono una esperienza a cui credo in pochi saranno disposti, ma più che lodevole il tentativo.

Bethesda

Snobbata un po’ da tutti, ma hanno messo sul piatto un Doom e un Fallout 4 in VR che chi possiede un visore non deve perdersi per nulla al mondo, seguiti per Wolfenstein The Evil Within e Dishonored ben presentati e brand rinnovati con Skyrim su Switch e The Elder Scrolls legend. Tutto corredato da un’estetica cartonesca under 12 che faceva piacevolmente a cazzotti con tutto il resto.

PC

Pieno di indie interessanti, DLC di X-Com, Destiny 2, Killing floor, Shadow of War, Warhammer, Age of Empires ma due ore fatte di lungaggini infinite, inviati inutili, presentatore irritante nel suo essere simpa a ogni costo sposserebbe chiunque, senza contare la prosopopea tipica di quel mondo (l’autore di The Last Night che prende le distanze da Mario senza motivo) fanno sì che sia la conference peggiore.

Indie

Prima di tutto, la conferenza Devolver Digital:

Giustamente la domanda alla vigilia era: Chi li ospita? Quanto duderà? In quale bettola losangelina dormirano? Niente, 15 minuti registrati e mandati in pasto a giornalisti e gamers pieni d’ironia caustica come piace a me, prese per il culo a tutto il settore e media di riferimento, DUE giochi presentati, e modalità di partecipazione per i clienti fuori da ogni logica (e credibiltà?). Finale Carpenter al culmine d’un delirio da psicosi futuristica. Numeri uno. Fuori concorso.

Qui la lista delle chicchette che m’hanno incuriosito nell’oceano di giochi presentati.

The Last Night: Un plattform cinematico, un rigurgito eighties al contrario dove pixelart e estetica vicina a Blade Runner la fanno da padrone, non a caso la colonna sonora ha un qualcosa di Refn, che da sempre ha perso la ragione per certi suoni synthwave. Insomma riferimenti non così originali, volutamente accattivanti, ma il tutto sembra ben fatto e sembra portare il gaming indie verso nuove ambizioni.

 

Last Day of June: Interattività a sblocco storia, Steven Wilson e John Cope che prestano i loro servigi per una produzione italiana. Notevoli sforzi.

Artful Escape: Non ho idea di come possano aver abbozzato l’idea d’un musicista in erba che si perde con il suo chitarrone in una fantaforesta, ma lo stile grafico è eccezzionale e i WTF si sprecano con stupore. Journey zarro.

Milanoir: Italo do it better.

Semblance: Plattform deformante, rilassante, morbidoso, violaceo. Morbidoso is the word.

Yoku’s Island Express: Finalmente un flipper-plattform! E i leoni tornano a dormire stasera.

Unruly Heroes: Viaggio in Occidente versione action game plattformico con co-op e on-line disponibile. Affascinante.

Tunic: Zelda Aesthetic.

The Swords of Ditto: Wannabe Link 2 the Past.

Project Code: SHIFT: Voglio solo capire come fanno i samurai a volare e a camminare su pareti cibernetiche casuali.

Runner3 Hellooohoooo!

Claybook: Morbidoso.

Afterchange: L’uso dei colori temperati in questo modo mi porterebbe a giocare a qualsiasi cosa.

Ottimo E3, senza troppe fanfaronate.