Between Two Shores

Dentro le solite mura dello Sky Stone & Songs, ormai 3 mesi fa, il buon decano della baracca mi racconta della sua ennesima vittima abbattuta a colpi di Glen Hansard, l’arma ormai prediletta in quel piccolo quadrato ormai stoicamente posto al lato buono di Piazza Napoleone. L’incipit e la conclusione possono sembrare banali: Al primo ascolto nisba. Il terzo è già amore totale. In mezzo un senso di colpa dovuto dall’aver speso dei soldi in un disco che non ti sta dando soddisfazione perché l’impatto non è quasi mai quello giusto, specie se non hanno orecchie smaliziate. E’ la domanda è: Chi ormai ha le orecchie smaliziate?

Per farsene due a prova d’urto bisognerebbe quantomeno avere in mente che quello che stai facendo non è tempo da perdere ma ha bisogno della stessa attenzione che si riserva quando si è costretti a sedersi su una poltroncina del cinema, se non leggere.

La domanda vera però è: Come mai questa predisposizione sembra sempre più sinonimo d’insofferenza e di rigidità da almanacco per fissati?

Ho sempre suddiviso la disparità tra vari generi musicali e relativo successo in questo modo, ciò che è immediato e di moda e che tendi a dimenticare dopo qualche anno gode di più fama mentre artisti come Glen Hansard non solo ti obbligano a riascoltarlo per saperlo gestire nella sua intima voracità emozionale, ma ti costringono ad avere un rapporto speciale con loro altrimenti non può tornare utile nemmeno per le playlist giornaliere.

Il concetto di artista da album sta sempre più scomparendo, e inutile che noi della nicchia rock indipendente c’è la raccontiamo; sta pure sparendo quella tipica poeticità che il disco rock imponeva alla nostra cultura musicale, perché il Rap, Hip-hop e il new-soul hanno saputo anche su quel versante a evolversi, e i dischi di maggior peso e di maggior “ricchezza” l’hanno centrati artisti megalomani e dediti anche e sopratutto a come si viene percepiti fuori dal contesto prettamente musicale. Tutto riconducibile all’avvento sempre più onnipresente di Internet e della sua mobilità, imponendo la possibilità d’ascolti tra i più impensabili nei decenni scorsi, c’è così tanta disponibilità e accessibilità che non esiste più musica. Da coltivare.

Credo che sia questo il grosso problema del perché Glen Hansard – che pure ha vinto un Oscar – e chi come lui fatica ad essere riconosciuto per ciò che la gente meriterebbe di scoprire e viceversa; oltre a questo non è stato nemmeno capace nei 90′ di entrare nell’immaginario Rock-Indie con i suoi The Frames e di vivere di rendita come l’amico Eddie Vedder con cui ha suonato assieme quest’estate in una Firenze stellata.

Quindi il suo ultimo disco, non dei migliori, rimane cosa per pochi nonostante sia lampante la versatilità umana ed emozionale che Hansard si porta sulle spalle con una fierezza d’altri tempi e che molti di noi ne farebbe il miglior tesoro da potersi concedere nei momenti a perdere che ci regala inestimabilmente la vita.

Non c’è più motivo di discutere

The+Cranberries+No+Need+To+Argue+-+Sampler-33486

Ho una idea un po’ presuntuosa magari ma precisa di chi sentiva i Cranberries nei corridoi scolastici, con apposite cuffie a spugna collegate al walkman. Rigorosamente in cassetta duplicata dallo stereo del fratello/cugino, con copertina fai da te dai caratteri graziosi e rotondi. Perlopiù ragazze, che non legavano con qualsiasi moda del momento, che fosse la sfiducia intrinseca del Grunge, il disimpegno Dance, la seriosità Metal e nemmeno l’alternative nudo e puro. Pagelle ne troppo ne poco limpide, abbigliamento casual e una fiducia inscalfibile e fluida del proprio futuro, portatrici d’un inconsapevole e incontaminato idealismo social-democratico. Nessuna idea di cosa significhi essere graziose esteticamente, perciò più affascinanti di qualunque altra ragazza se solo l’occhio maschile si fosse concentrato giusto un po’. Ragazze che non avevano molte preferenze musicali, i propri gruppi del cuore non stavano nemmeno in una sola mano, e senza chiedersi quanto brutta fosse la musica restante, pescavano e tenevano stretto quei 50 minuti e più di canzoni.

Molte di queste persone, alla vigilia del concerto che i Cranberries avrebbero dovuto svolgere nella cornice del Firenze Rocks il 24 Giugno scorso, si sono ritrovate per un azione collettiva rivolta agli organizzatori del festival per richiedere indietro parte dei soldi spesi per un biglietto che non comprendeva più la band irlandese, nonostante rimase la possibilità di vedere Eddie Vedder e Glen Hansard, un concerto che registrò 50.000 persone rimaste poi estasiate dal cantante dei Pearl Jam. Una richiesta insensata visto che era un festival ma la portata della band in questione era ancora tale che persino un pezzo grosso come Eddie Vedder non era ritenuto giustificabile di 60 euro più prevendita, ben che meno il sostituto Samuel (e qui ci sta tutto). Una richiesta indice di quanto poco queste persone bazzicano per concerti e quanta importanza hanno dato a 60 euro, una cifra che solo chi ha famiglia e bambini ne conosce bene la portata.

Le copertine dei primi due dischi sono pura estetica nineties: Scarne, essenziali, con soggetti racchiusi in qualcosa, come in Little Earthquakes di Tori Amos e una marea di video alla Violenty Happy di Bjork. Esattamente quel disco della Amos e una certa eredità melodica degli Smiths si sono intrecciati in questi due album portando a settare uno standard pop-rock adolescenziale che farà proseliti e vivrà di luce riflessa nei teen drama e telefilm amorosi di quell’epoca.

I Cranberries sono i prosecutori di molto indie-pop anni ottanta virato a un romanticismo pop da confessionale, e hanno idealmente funzionato da staffetta quasi copiando lo stile dei The Sundays e traghettato e trasformandolo in un female-pop che Morissette, Hole ma pure molta parte delle band leggere dei primi 2000 hanno assorbito fin’ da quel 1994-5, periodo in cui Zombie ha sbancato tutte le classifiche mondiali. Pop-rock intimo, quasi sussurrato, gran parte di quei brani sono quasi l’antitesi di Zombie: Pretty, Empty, I Will Always sono bozzetti di piccole melodie spezzate, di canti sussurrati e di ritornelli senza via d’uscita, una sorta di tepore pop inquieto tipico dell’indie ma portato a un pubblico più variegato, merito che la critica non ha riconosciuto tale; troppo romantico, troppo eccessivo, troppo adolescenziale appunto, ma mi chiedo cosa può essere stato l’ascolto di Zombie in un contesto simile, in un album come No Need to Argue che arrivava dopo il successo del magnifico esordio, trainato da quella che si potrebbe definire come “l’ultima canzone d’amore di questo pianeta“.

Una volta, durante una pausa dallo studio in facoltà, mi ritrovai con compagni in un (Roxy)bar dove in sottofondo era sparata la solita stazione radiofonica sui generis, successi attuali intervallati da qualche brano storico famoso, e il rumore di fondo si fece improvvisamente arido all’arpeggio iniziale di Zombie. Uno stacco di emotività sonora letale. Rimasi impietrito chiedendomi come ha potuto un brano simile ad avere tanto successo da essere ricordato per forza di cose ancora oggi, e quanto può aver spiazzato ripetutamente l’ascoltatore di No Need to Argue quando Zombie era incastrata nella tracklist tra un saggio melodico sull’inadeguatezza adolescenziale di Twenty-One e una ballata luccicante come Empty. Zombie andrebbe vista anche nell’economia di quel disco, del solco nell’anima che tracciò tra quei corridoi, in your head, tra quei walkman e in un contesto così puro da disco adolescenziale tra i più belli e significativi di sempre. Quasi un’anno dopo usci Jagged Little Pill, che ha le stesse dinamiche tenero aggressive intervallate a più riprese ma più incisivo ed estroverso, meno passivo e più femminista, ma senza canzoni sulla morte, sui disastri della guerra, sulle violenze domestiche, su una vasta gamma di questioni spinose affrontate a pane e chitarre.

Dischi del genere non esistono proprio più, non esiste più la musica che s’interfaccia alla realtà, quella più scomoda, specie nel target per ragazzi, basterebbe constatare che l’unica canzone dedicata alla stage terribile al Bataclan l’ha realizzata Kanye West, non a caso il musicista più significativo di quest’ultimi anni. Esiste proprio una forzatura a una logica musicale simile, perché è ormai chiaro come il sole oggi pensare a quanto possa essere patetico scrivere forzatamente canzoni simili nell’attuale contesto inondato di post ironie, meme e disillusione compiaciuta, e mi vergogno a ritrovarmi a pensare che provo le stesse stupide accuse che i nostri zii vissuti nei 70′ rivolgevano a noi riguardo alla decadenza della musica, alla qualità ormai sempre più bassa nel rock e dintorni, e sfido a pensare che gli anni novanta non siano stati un decennio fulgido e ricco di musica dalla bellezza inaudita e di generi musicali più disparati, di quanto non aveva senso quella snobberia perpetrataci da quegli adulti, eppure la mia condizione ormai verte più nel versante “vecchio che grida alle nuvole” e sarebbe ora di rassegnarsi e accettare le rivoluzioni culturali che hanno portato a una oggettiva svalutazione della musica contemporanea, specie di come se ne fa uso e consumo. Paradossalmente la musica d’allora per contenuti è più attuale oggi, e il 15 Gennaio 2018 abbiamo dovuto dire addio a una delle responsabili più distintive di quel periodo, un personaggio che nei decenni dopo ha perso, a voce sua, la più totale fiducia nel mondo musicale, alle sue logiche che cozzavano con il suo desiderio di maternità (come i The Sundays) ottenuta lasciando i Cranberries e incidendo due soli dischi solisti con relativi tour interrotti per problemi di salute, duetti italici e una reunion datata 2010 della band insipida e condita da due album di cui uno un best of in versione acustica.

Mi rimangono le lacrime di una mia amica, ora insegnante, sentite da un cellulare dove, ebbene si, non si dava pace. Rimangono i miei ricordi di Bury the Hatchet, di quell’estate 1999 vissuta in extremis come l’ultimo lascito vero d’un artista che poteva dare di più, riciclarsi come musa da colonne sonore(quella con Badalamenti è ottima)  modello Lisa Gerrard con la sua voce imparagonabile e particolarissima, voce che è stata madre e figlia allo stesso tempo, e rimarrà così confinata a un solo decennio ma piena d’empatia e eterna compassione. Qui da Jools Holland non canta nessun successo, ma mette alla luce il suo innegabile talento alla sua massima forma. Purtroppo ha finito per spezzarmi il cuore per l’ultima volta.

I knew, I knew, I’d lose you.

You’ll always be special to me,

Special to me, to me.

 

Quella vasca Drum and Bass e il piede che s’infreddolisce appena

 

Mi chiedo sempre che cosa effettivamente ha rappresentato e rappresenta oggi la Drum and Bass, che negli anni novanta ha fatto quel lavoro di spleen urbano che Burial ha preso in blocco e affogato per forza in un oceano di liquido amniotico perché ad oggi un solo kick di breakbeat viene subito confinato a un gusto particolarmente indigesto, da centro sociale, puzzolente e senza interazione, di gente vecchia e stantia, insomma di qualcosa di terribilmente vecchio. Paradossale in un presente fatto di perenni sincope ritmiche ai limiti del ridicolo, la sostanziale differenza sta nel rendere i beat più variopinti ed timbricamente eccessivi e non il solito e freddo breakbeat.

Arrivo a Goldie, ai dischi non-ambient di Aphex Twin di fine novanta e Roni Size, nient’altro quindi, ma gran parte di queste cose sono invecchiate piuttosto bene e tendo ad ascoltarle ancora oggi forse, esulavano dall’affidarsi al solo ritmo di 160 BPM ovvero il senso di evanescenza che cozzava con quel ritmo porta-va fascino maggiore, un punto d’incontro dove il ritmo sembrava se non ad annullarsi a perdere la propria rigidità, il sospetto quindi è che se questo incontro non avviene arriva il centro sociale/fuck the system yo.

Tanta di questa mia passione deriva da una ossessione per questo sito, che è pieno, pieno di gemme nascoste di musica House, Dance, Trip-Hop e tutte cosette che andavano di moda nei 90′; in qualche modo l’autore del sito ha salvato tutte le scalette del programma in un impegno commovente che è durato per 888 playlist fino al 2 Luglio scorso.

Prendendo e seguendo una playlist a caso sono capitato in questo pezzo di Alex Reece che effettivamente ha qualche cosa che non quadra nonostante un certo potenziale:

Il remix di DJ Pulse pone semplicemente più ordine sottraendo diverse cazzate sonore da lounge bar e sensazionalismi d’antan e regala un brano che è uno state of mind travolgente, dove la formalità di base crea un crescendo inesorabile di limbo sensoriale, di spazi infiniti e planimetria del cuore.

Remix scovato per puro caso, e se faccio mente locale e penso alla quantità di remix usciti all’epoca c’è solo da diventare degli esploratori in cerca di tesori troppo visionari, e troppo penalizzati dal formato cd single. Sono giorni che l’ascolto e un lampo m’ha portato a giocare a Theme Hospital (rigorosamente la versione per Playstation) con questo brano ed altri a fare da soundtrack. Non è un caso credo.

Cambiare idea è bello, averne una del tutto inedita ancora meglio: Arcade Fire Revenge

L’avevo detto, preparando i fiori cerimoniali da collocare sopra la loro tomba, avevo ascoltato i singoli e inorridito dalla loro banalità e l’idea del cambio di etichetta e lo sbarco alla Columbia aveva quasi decretato la morte degli Arcade Fire, le solite infarinazioni per non farsi troppo male prima della scottatura atroce, e invece Everything Now non è il disco Apple dato in pasto a giovani desiderosi di retorica, e ad ascoltare i testi dei singoli già allora dovevo quantomeno concedermi il lusso del dubbio.

Everything Now non è nemmeno il disco tanto atteso, l’ennesima conferma d’un talento sconfinato e dell’unica indierock band che accontenta tutti, anzi è ciò che tanto desideravo da loro in una carriera vuotata al perfezione formale e contenutistica dei loro dischi.

In precedenza ho parlato di Up dei R.E.M. come un disco di evasione e di ricerca, di uno slancio verso generi non appartenenti al bagaglio culturale della band, un altro brutto anatroccolo Rock che adoro è Pop (appunto) degli U2, il loro disco meno popolare e ignorato della carriera, ad oggi suona come un suicidio commerciale fatto di pezzi pop sgraziati e d’una seconda parte profondamente cieca alla forma canzone tradizionale;  la stessa sensazione che ho provato nel sentire la, chiamiamola così, seconda facciata di Everything Now, un salto verso un vuoto privo di energia, profondamente disilluso laddove l’infelicità dovrebbe procurare energie e rabbia (Funeral), qui si sfiora l’impalpabilità, una sopraffazione che non porta ad altro che ad automatismi stanchi di elettropop e funk sghembo senza particolare convinzione.

A molti ha fatto sputare marcio, ma questa degradazione musicale forse coglie perfettamente l’anima e i contenuti del disco incentrati sullo stile di vita del terzo millennio fatto di Fake News e della tirannia passiva dei Social Media. Credo che la passività sia il concetto corretto sia per il disco e sia per quello di cui vuole parlare, si tratta di deporre tutto verso l’incarnazione fedele di ciò di cui si vuol raccontare, e se nei precedenti dischi tutto si concludeva con una retorica sempre ridondante e compiuta qui tutto è estremamente tenuto disgiunto e senza significato apparente proprio perché il contenuto stesso impone questo, il cittadino medio del terzo millennio è tenuto a tener bassa la testa, che sia a guardare un telefonino o meno non importa, e si può essere gli Arcade Fire e continuare imperterriti a cantare cose come Wake Up e concedere quelle due ore di concerto dove tutto sembra risollevarsi e darci energia; oppure essere gli Arcade Fire e fare un disco che è vostro peggior incubo, essere tutto ciò che non hai voglia di sentire e provare. E’ forse il loro disco più feroce, perché è il loro primo disco insensibile.

Proprio per questo la sfera live avrà e ha avuto prima del disco una panacea da tutti i dubbi che sono sorti sulla band per questo nuovo lavoro, personalmente il concerto di Firenze a cui sono andato con le peggiori intenzioni è stato impressionante per come l’intensità e l’energia sia la stessa del loro primi tour, e la curiosità su come si approcceranno al disco nuovo sul palco sarà tanta, ma non solo, quello che potrà innescare questo disco nella loro carriera sarà altrettanto interessante, può avvenire la svolta pop qui scongiurata nel modo più imprevedibile, oppure perseguire questa voglia di pluralità di generi, che nel disco sono tra i più bizzarri e fuori moda che si potesse pensare (Dub, Dance, Reggae, Synth-pop, Punk,) al contrario di Reflektor.

Everything Now si chiude con We Don’t Deserve Love, e si torna al concetto di everything is beautiful and nobody’s happy di Louis Ck, al Born in a diamond mine but you can’t touch it e ad una sfrontatezza salutata come retorica e presuntuosa, si percepisce la sensazione che tutto ciò che è attorno ci è estraneo, come essere accolti come ospiti nel nostro stesso mondo, e non mi sembra una cosa campata in aria ma nessuno ben che meno il disco capisce il motivo, nessuno sa perché ci troviamo qui ed è insopportabile.

 

Up

Inizio ad avere una certa idiosincrasia per certi dischi odierni perfettini e dalla tracklist lento-veloce-veloce-lento-lentonestrappalacrime vuoti come il riso soffiato, probabilmente ormai il rock sta diventando noioso e senza contenuti e io forse ho ascoltato troppa di quella roba.

Mi è ricapitato d’ascoltare questo:

Bannato come orrendo, aborto elettronico senza nerbo, l’inizio della fine del gruppo, e tra poco avrà vent’anni e inizio a pensare che di dischi così “a cuor leggero” non ne esistano più, oltre ai gruppi.

Davvero legato ai quattro singoli d’allora che mi formarono come ascoltatore alle prime armi (sempre un dettaglio sottovalutato) ma riascoltando oggi il disco sembra i Yo La Tengo con la voce di Stipe, e ad oggi i dischi dei Yo La Tengo si guadagnano la pagnotta critica ovunque, pur non avendo Stipe.

Punto d’arrivo d’un discorso contemplativo che i R.E.M. hanno portato avanti per tutti i 90′ (parziale eccezione Monster, ma parziale) con un aura tipica dei film in seconda-terza serata, di canzoni pop-rock pigre, fuori binario e lunatiche. Up è pieno d’interiorità testarda, indotta, che rifiuta la luce che arriva delle finestre,  tanto che a volte gira a vuoto volutamente e non porta a distinguere un pezzo dall’altro, ma è un flusso gradualmente brillante e piacevole, portato avanti da uno Stipe orfano dei coretti di Mike Mills a cui viene lasciato ogni spazio di trascinare a riva brani impiastrati di elettronica lunare.

Supsicion è un brano rubato agli Air, Sad Professor che potrebbe esplodere ma si trattiene, la tensione amniotica di Diminished con quel Sing along che paradossalmente è l’anima del disco dove qua e la’ fa sentire sentori di folk-rock tronica di nuovo millennio, intuizione frutto d’un piglio del tutto ingenuo (indie) di ciò che invece effettivamente volevano ottenere, non a caso abbandoneranno subito l’elettronica per i veri dischi imbarazzanti che combineranno nei 2000, ma involontariamente hanno inciso un disco atipico, disorientante e inclassificabile, ma di pregevole fattura pop.

Poi rimangono i 4 singoli, di cui è impossibile parlarne in modo pertinente visto che hanno significato quasi tutto all’epoca:

Daysleeper con la sua cronaca del lavoratore moderno è andata oltre il 1999; il suono dell’oceano impostato alle nove di sera, il mondo in lavorazione perenne, disorientamento, una canzone drammatica se non fosse per l’arrangiamento, la melodia, il cantato di Stipe.

Lotus è rock-pop tipico della band mandato in un inceneritore a forma di violino e organetto, il tutto perde gradevolmente di lucidità.

At my Most Beautiful oggi suona come un telefilm per cuori affamati, ma mi rimane ancorata alla prima esperienza, tipica di quando mangi per la prima volta una crostata di ciliegie e la bocca si riempie di zuccheri rigenerativi e il cervello ti ammonisce e ti dirai “mai più”, sapendo di mentire. A me quei telefilm piacciono ancora.

Suspicion la trovavo noiosa, oggi m’ha insegnato tanto quanto le precedenti. E’ un immedesimarsi credibile, come tutto l’album.

Gli Arcade Fire ci stanno lasciando.

Non riesco a capire esattamente se sono gli Arcade Fire a essere diventati veniali e adolescenziali oppure il mio gusto sta cambiando verso ascolti meno ingenui, forse entrambe le cose ma il punto in comune è la banalità.

L’ultimi loro pezzi non potrei proprio definirli brutti, la cosa incredibile è che me li ritrovo a canticchiarli senza un valido motivo, se non fosse che sono canzoni stupide, appiccicaticce. C’è questa santificazione del dover cambiare sempre per non cambiare mai, del non suonare mai la stessa cosa per non risultare banale, e sulle prime impressioni l’ascoltatore comprende e si esalta, è tutto giusto, col ripetersi si svilisce un’idea e si diventa retorici, non passa mai l’idea che la vera retorica sta nel porre delle regole. Radiohead e David Bowie hanno sempre cambiato, i primi con criterio ossessivamente certosino, l’altro nell’affannosa ricerca di una nuova identità per riempire l’armadio, ma ciò che gli ha permesso di essere veramente diversi da loro stessi è una vera apertura mentale e un’ autentica vulnerabilità al cambiamento; ciò che prima di tutto hanno cambiato è il modo di scrivere canzoni, perché solo così si poteva rinnovare il suono o viceversa.

Le nuove canzoni degli Arcade Fire sono : Everything Now, Creature Confort, e Signs of Life, e non ci sono sostanziali cambiamenti strofa-ritornello, non ci sono testi diversi dal loro passato e atmosfere nuove, si vuole ballare, si vuole essere smaccatamente pop e elettronici, ma e una normalizzazione di ciò che hanno fatto in passato, se non svilirlo in frammenti sonori senza stile; dal coretto mulino bianco di Everything Now al Synth vuoto sul finale di Creature Confort, una sorta di basic Indie wannabe pop, l’assoluta invisibilità. Il gruppo ha ben 7-8 elementi multiuso e vederli declinati al nulla è fastidioso, sentirli parlare di evoluzione del loro sound è fastidioso, i R.E.M. hanno sempre suonato la stessa canzone ma hanno scritto versi e suoni profondissimi e personali, e hanno avuto successo e credibilità sempre; per gli Arcade Fire il recente passaggio a una Major è inciso con queste avvisaglie di vuoto pneumatico che non si rispecchiano in un passato glorioso. Forse è tempo per loro di rimbambirsi davanti a uno stadio gremito. E’ stato bello.